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Lo psico-architetto

26/11/2016

 

Ho avuto il piacere di seguire una breve intervista al collega Fausto Favoretti , dove veniva usata l'espressione "architettura psicologica". Vi ho trovato una grande affinità con un termine che mi piace usare per definire il mio lavoro: lo "psico-architetto".

 

Ogni segno architettonico, sia esso solo un progetto sulla carta, sia ancor più un opera realizzata, è un frutto unico ed irripetibile della mente umana, e come tale prodotto anche delle caratteristiche psicologiche dell'autore. Ma è soprattutto nei confronti del destinatario dell'opera che il collegamento psicologia - architettura ha i suoi effetti più profondi e duraturi. Questi tuttavia vengono spesso ignorati o sottostimati.

 

La realizzazione di una casa, o anche solo una sua ristrutturazione, è sempre un'operazione complessa, interagendo molteplici fattori, alcuni evidenti, altri più sottili e spesso nascosti, ma non per questo meno importanti e decisivi. Il cliente considera in genere prioritari gli aspetti tecnici, amministrativi ed economici, e si rivolge inizialmente ad un professionista per affrontare e risolvere solo questi problemi. La casa con tale impostazione assume così un valore puramente "materiale" ed "utilitaristico". Quanto costa, cosa contiene, com'è fatta, secondo quali norme e vincoli, qual'è la sua utilità?

 

Ma è tutto così "deterministico", così materiale? E' questa l'impostazione corretta?

Con questi parametri pensiamo di valutare un'immobile, di sceglierlo, di farne la nostra "casa della vita", senza tuttavia porci il problema se è veramente la casa adatta a noi, alla nostra personalità, alla nostra storia, quella che più ci rappresenta, quella che avremmo scelto con una consapevolezza di noi diversa e più completa.

 

Il rapporto con la casa ha radici antiche che affondano in profondità nella nostra origine animale, ed è collegato ai bisogni ancestrali di "protezione", "salute", "cibo" e "riproduzione". L'uomo, in fondo solo da poche generazioni, ha raffinato questi bisogni in domande più complesse ed evolute parlando di "sicurezza", "salute", "produzione", "famiglia". Oggi nella casa non si cerca più tanto la protezione dagli agenti atmosferici, dagli animali feroci, dai nemici, da elementi quindi concreti e visibili, quanto piuttosto la protezione dalle "insicurezze percepite" più interne a noi stessi ed alla nostra psiche. Oltre al cibo, dato ormai per scontato in larga parte del mondo, ricerchiamo ora stabilità economica e sostegno alla nostra attività lavorativa, produttiva e creativa. La salute si allarga al concetto di "salubrità" personale, ambientale e mentale. Gli aspetti "riproduttivi" infine, superano le connotazioni "biologiche" ed investono le relazioni interpersonali, la famiglia, la coppia.

 

Da un mondo "naturale", materiale, con bisogni tangibili e concreti siamo passati ad un mondo molto più "mentale", dove le idee, le emozioni, i pensieri acquisiscono sempre maggior peso nelle decisioni della nostra vita.

Quando scegliamo una casa abbiamo un'"idea" molto precisa nei dettagli: l'immagine di un salotto, di una cucina, di un giardino. Talvolta è la sfumatura di un colore, un vecchio mobile di famiglia, una collezione importante di libri. Altre volte sono funzioni e relazioni complesse: gli ambienti più favorevoli per i figli, spazi adeguati per le nostre relazioni sociali ed interpersonali, ambienti adatti allo studio o a qualche altra attività lavorativa. E' l'immagine di modi di abitare e soprattutto di emozioni che vorremmo poter vivere in quell'idea. Proprio perché "immagine", sogno, desiderio, pensiamo di essere in grado di realizzare concretamente la casa dei nostri sogni. Il problema sorge però quando si tratta di passare dall'emozione ricercata alla realtà fattuale: quelle immagini infatti non sono sufficienti, dicono altro, suggeriscono un mondo interno a noi molto più complesso e spesso sconosciuto. Un mondo che cerca risposte a bisogni profondi ed ancestrali che il più delle volte non ci sono chiari o non sospettavamo nemmeno di avere.

 

Qui interviene il vero lavoro dell'architetto: interpretare le emozioni legate alla casa, da dove queste nascano, cosa significhino, dove conducano, accompagnando il cliente in un processo di chiarificazione delle motivazioni e nella definizione degli obiettivi, traducendole da lì in un manufatto concretamente realizzabile e realmente adatto alla persona cui è destinato.

L'obiettivo del progetto non sarà quindi solo una casa "materiale", fatta di cemento, mattoni, documenti amministrativi, computi metrici, ma una vera e propria "casa dell'anima". I primi sono ovviamente essenziali ed irrinunciabili, ma non devono mai diventare i protagonisti assoluti delle scelte, degli obiettivi progettuali. Senza dare un senso alla casa, senza raccordarla ai bisogni emozionali, senza armonizzarla ai suoi reali abitanti, non si può realizzare un ambiente giusto e adeguato alle aspettative.

E' così che l'architetto diviene quello che io amo chiamare lo "psico - architetto". Una figura che accompagna il cliente, lo ascolta, forse in qualche caso lo "destabilizza" ma aiutandolo sempre a trovare il senso nel suo rapporto con la propria casa.

 

Ma non basta poi la fase progettuale. L'architetto diventa anche un sostegno nelle scelte, nei momenti di dubbio e nelle crisi che spesso attanagliano il cliente nelle fasi di esecuzione dei lavori. Sapendo adattare il progetto a nuove o più approfondite esigenze e correggere il tiro, anche rivedendo propri progetti e soluzioni date per definitive.

 

E non è ancora sufficiente. Evidentemente il progetto e la sua realizzazione sono opera dell'architetto, tuttavia perché il risultato finale sia veramente efficace, attraverso un processo di consapevolezza delle proprie scelte, ed una piena assunzione di responsabilità, la casa deve essere percepita dal cliente come opera sua.

 

L'architetto paradossalmente si dichiarerà soddisfatto del lavoro svolto quando il cliente guardando la propria casa finita dirà "questa è opera mia!".

Impostare il lavoro con questa visione richiede forse un impegno in più da parte dell'architetto, ma credo che alla fine i risultati siano molto più soddisfacenti. Certo dovrà essere un impegno complementare e mai alternativo o sostitutivo di quello eventuale dello psicologo, giacché si opera nel campo specifico del costruire e su un aspetto particolare della persona.

 

Con questa impostazione il Feng Shui è un potente strumento perché ha proprio come caratteristica principale quella di studiare la relazione tra l'uomo al suo ambiente, con un approccio olistico, comprensivo quindi di tutti gli elementi del processo, visti nel loro insieme e non per singole parti tra loro indipendenti. Una disciplina tra "arte" e "scienza", codificata dalla millenaria cultura cinese, che studiando la natura ed il suo legame con l'uomo e sperimentando tecniche e soluzioni, ha operato con efficacia affinché si creassero le migliori condizioni di vita, quelle che fanno si che una "house", magari perfettamente realizzata ma anonima diventi una vera e personalissima "home", piena di vita ed armonia. 

 

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Ludovico Bisi

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